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Davide Giribaldi

Giribaldi,

Davide Giribaldi,

un po come Garibaldi, ma con la i.

Ho passato tre quarti della mia giovinezza a combattere ogni volta che qualcuno storpiava il mio cognome: Grimaldi, Giraldi, una volta persino Giribone e la      cosa più assurda è che a chiamarmi così fu la mia Professoressa d’Italiano. 

Quella del Liceo Scientifico, quella del primo biennio.

Quella di quegli anni in cui sei cosi incazzato con il mondo che non esiste niente che ti dia pace perché tutto è un problema.

Lei, talmente anziana e minuta che d’inverno arrivava a scuola con un cappotto marrone cosi pesante da non riuscire a toglierlo.

 

Giribone, vieni alla lavagna!

 

In quei sette passi che separavano il mio banco dalla cattedra, la rabbia e l’umiliazione si mescolavano con l’odore di canfora che proveniva dal collo di pelliccia di quel vecchio cappotto.

Era troppo, non potevo più sopportare simili storpiature, dovevo trovare una soluzione per dare al mio cognome la dignità che meritava. 

Ricordo ancora la prima volta che mi accorsi quanto fosse facile storpiarlo; era una bellissima domenica di giugno del 1978, quello dei mondiali di Argentina, in termini calcistici all’epoca sarei stato un “pulcino”, ma ero un nuotatore all’esordio assoluto nelle competizioni, categoria C, 33 metri farfalla.

La mia specialità è sempre stata il delfino, ma quando sei piccolo ti fanno nuotare a farfalla perché è meno faticoso e fu cosi che affrontai la mia sfida come se fosse una finale del Campionato del Mondo e… prima gara, prima vittoria!

In realtà non è che nella mia lunga carriera vinsi poi tante altre volte, ma la prima non si scorda mai e conservo ancora quella piccola medaglia in una scatola da qualche parte a casa dei miei, credo sia sempre in compagnia di quel ritaglio di giornale: categoria C, 33 metri farfalla, primo classificato Davide Garibaldi!

Per anni ho odiato quel cognome cosi famoso e ingombrante da rendere insignificante il mio. 

Provavo a combatterlo idealmente in ogni modo, mi tormentava come un’ossessione e non sapevo come sconfiggerlo.

 

Dovevo trasformare quel mio problema in un’opportunità.

Garibaldi-Giribaldi

Eppure, era il cognome dell’eroe dei due mondi, ma non m’importava, il mio eroe era e sarà per sempre Francesco, classe 1936, conosciuto da tutti come “Giri”, per me semplicemente “papà”.

In quei sette passi che mi separavano dalla cattedra la rabbia per l’ennesima storpiatura del mio cognome mi diede inspiegabilmente la forza di ribellarmi: non mi chiamo Giribone, mi chiamo Giribaldi, come Garibaldi, ma con la i.

 

D’improvviso il mio odiato nemico era diventato il mio unico prezioso alleato e tutto mi sembrava incredibilmente semplice.

Non dimenticherò mai quel senso di leggerezza nell’essermi tolto un macigno cosi grande dallo stomaco.

Francesco si è assentato una sera di maggio del 2015, ma è sempre in mezzo a noi ogni volta che gli amici parlano con Bianca o Martina, le mie due Principesse: “ehi Giri che fai domani?”, “Giri, stasera pizza?”.

 

Quelli sono i momenti in cui sorrido di più pensando a lui e immagino quanto sarebbe orgoglioso di sentirmi dire ancora: sono Giribaldi, come Garibaldi con la i, ma per gli amici per sempre “Giri”

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